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Gen 10

La sindrome di Munchausen

La denominazione “sindrome di Munchausen” fu utilizzata per la prima volta nel 1951 sulla rivista medica “The Lancet” per indicare quelle situazioni caratterizzate da ripetuti ricoveri ospedalieri per la cura di malattie apparentemente acute, di cui il paziente riferisce storie e cause plausibili, ma che si rivelano assolutamente false.

Il nome della sindrome deve la sua origine al barone di Munchausen, personaggio del diciottesimo secolo realmente esistito che combatté a fianco dei Russi contro i Turchi, per poi ritirarsi in un castello dove era solito intrattenere i suoi ospiti con racconti esagerati ed inverosimili. Da qui, oltre ad aver ispirato una serie di racconti su di lui incentrati, si deve il riferimento al nome scelto per la sindrome.

Il DSM IV definisce la sindrome di Munchausen come un disturbo cronico fittizio con segni e sintomi fisici predominanti.
Secondo una ricerca apparsa sugli “Archives of Internal Medcine” (Wallach,1994), più del 5 per cento dei contatti tra medico e paziente avverrebbero per una sindrome di Munchausen, che non va confusa con l’ipocondria poiché la sindrome di Munchausen, al contrario di quest’ultima, si configura come un deliberato tentativo di ingannare il personale medico e paramedico. La patologia nasce quasi sempre dall’esigenza del paziente di attirare su di sé l’attenzione e di essere oggetto di cura e premura da parte di familiari e dei “curanti” in genere: tipici sono infatti i comportamenti rimuginanti di questi pazienti, sul metodo per convincere i medici a prendere sul serio il proprio disturbo.  Quando i trattamenti a cui il paziente si sottopone sono invasivi o debilitanti è possibile rintracciare una componente masochistica e autolesionistica.

Una variante della sindrome di Munchausen è la “Sindrome di Munchausen per procura” (conosciuta anche come sindrome di Polle, dal nome del figlio del barone di Munchausen, morto in circostanze misteriose), ovvero la più grave forma di iper-cura, in cui un figlio è sottoposto a continui e inutili accertamenti clinici e cure inopportune, conseguenti alla convinzione errata e delirante del genitore che il proprio figlio possa essere malato, o conseguenti a danni fisici arrecati volontariamente al figlio con lo scopo del genitore di attirare l’attenzione su di sé.

La ricerca clinica sulle tipologie familiari (ricerca basata sui paradigni teorici della Terapia Sistemica) evidenzia come i genitori che presentano questo disturbo siano persone con bassi livelli di autostima e con grosse difficoltà nei rapporti interpersonali.
Un ipotesi che tenta di spiegare la sindrome di Munchausen per procura vede il complesso parentale come un micro-sistema ricco di tranquillità e pace da mantenere stabile a tutti costi. Di conseguenza, la nascita di un figlio rappresenta un momento di passaggio ricco di emozionalità, con un forte riconoscimento sociale dei neo-genitori e con uno sviluppo della comunicazione intrafamiliare che comincia ad essere completamente incentrata sul nascituro: nonni, zii e parenti vari iniziano a rinforzare la madre e il padre nel loro nuovo ruolo. I genitori, per la prima volta, sentiranno di avere un ruolo proprio all’interno della funzione di accudimento del figlio. La loro identità inizierà quindi a strutturarsi nell’immagine di genitori accudenti, che troverà il massimo sviluppo nei momenti di malattia del figlio. Di conseguenza, il bambino collegherà alla malattia l’idea che il suo principale care giver (e non solo) possa essere totalmente concentrato su di lui, accudendolo e soddisfacendo tutte le sue esigenze. Nel momento in cui l’associazione malattia-attenzioni diverrà patologica, il soggetto tenderà a ricercare continuamente una condizione in cui questi è “protagonista”, simulando, di conseguenza, una condizione che attrarrà l’interesse non solo dei suoi cari, ma di una moltitudine di soggetti utili alla propria realizzazione sociale (medici, infermieri, altri pazienti).