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Gen 24

La mediazione civile

Organismi di Mediazione, Mediatori e Psicologi

Gian Piero Giampieri, Elisa Manco e Antonella Parrini

Il Decreto Legislativo n. 28 del 04/03/2010, unitamente al successivo Decreto Ministeriale Attuativo 180 del 18/10/2010, ha introdotto a titolo definitivo nella giurisprudenza italiana l’istituto della mediazione, definita come

l’attività svolta da un terzo imparziale e finalizzata ad assistere due o più soggetti nella ricerca di un accordo amichevole. La mediazione diventa condizione di procedibilità della domanda giudiziale (leggi del procedimento giudiziale) nella maggior parte delle controversie civile e commerciali vertenti sui diritti disponibili.

Le presenti pagine intendono evidenziare alcune caratteristiche della mediazione e della figura del mediatore; caratteristiche che impongono, a nostro avviso, alcune considerazioni di tipo problematico, sulle quali sarebbe necessario avviare un dibattito tra colleghi. Siamo quindi grati a tutti coloro che vorranno farci conoscere la loro opinione a tale riguardo.

Innanzi tutto preme evidenziare come la mediazione sia parte integrante di quelle pratiche conosciute con l’acronimo di ADR (Alternative Dispute Resolution), nel quale l’aggettivo Alternative definisce una prassi messa in atto in luogo di un procedimento giudiziario. A tale riguardo, anche la giurisprudenza italiana ha insistito su tale concetto: infatti, la legge 580 del 1993 parlava già di “conciliazione stragiudiziale professionale”. La conciliazione dunque è una pratica che si sviluppa al di fuori del contesto giudiziario e in conseguenza di ciò agisce attraverso strumenti e condotte che per definizione non possono essere le stesse di quelle del giudice. In conseguenza di ciò, il mediatore esce dal conflitto tra le parti imperniato sulle logiche del diritto, dell’equità, della ragione o del torto: anzi il ricorso a tali criteri rappresenta il maggior rischio di fallimento del processo stesso.

Basti infatti riflettere sulla posizione di un mediatore che d’acchito attribuisca la ragione e il torto: ben difficilmente, in questo caso, costui riuscirà a mantenere una posizione super partes, avendo un immedesimazione inevitabile con la parte ritenuta nel giusto. Il mediatore, di contro, deve agire nello specifico del conflitto operando in base alle logiche degli interessi reali, dei bisogni, delle motivazioni e dei risentimenti di ogni singola parte; una serie di istanze, queste ultime, che non possono trovare spazio di espressione all’interno di un procedimento giudiziario. A titolo di esempio basti pensare alle cause di eredità, nelle quali le componenti dinamiche e relazionali costituiscono spesso i veri motivi del contendere In linea con tali considerazioni, appare dunque evidente come quelle competenze atte a far emergere proprio quel tipo di istanze, vale a dire le competenze psicologiche, risultino un valore aggiunto del mediatore.

A fronte di tutto ciò le, leggi succitate affermano che per diventare mediatore professionista occorre o una laurea triennale o, in alternativa, un diploma di laurea che permetta, da solo, l’iscrizione ad albi professionali, quali quello dei geometri o dei periti agrari. La mediazione dunque, in linea generale, non è “terreno” precipuo di nessuna figura professionale: né dello psicologo, né tanto meno dell’avvocato. Le competenze psicologiche dunque non costituiscono

titolo di diritto alla mediazione, ma solo, come già affermato, un bagaglio personale da spendere al momento della mediazione. Un secondo tipo di considerazioni nasce dalla modalità con cui è inquadrata legislativamente la figura del mediatore professionista.

Il D.Lgs. n. 28 del 04/03/2010, e il D.M n. 189/2010, non conferiscono valore istituzionale al mediatore, nel senso che non istituiscono un albo nazionale dei mediatori; viceversa, la legge istituisce presso il ministero il registro pubblico degli organismi di mediazione: una sezione per gli organismi privati ed una per gli organismi pubblici; all’interno di quest’ultima sezione trovano spazio gli organismi di mediazione delle Camere di Commercio o quelli degli Ordini Professionali. Sono gli organismi, a loro volta, a rendere pubblici gli elenchi dei propri mediatori inscritti. È doveroso inoltre ricordare che, per legge, le parti in conflitto presentano domanda di mediazione ad un organismo e non ad un mediatore: nuovamente è l’organismo, nella persona del proprio responsabile, a designare il mediatore. Tutto ciò sta a significare che il rapporto normativo ed economico si svolge esclusivamente tra le parti in conflitto e l’organismo di mediazione: a tale scopo le tabelle dei prezzi minimi della mediazione, pubblicate da ogni organismo, rappresentano il costo dell’intera mediazione e non certo il compenso per il mediatore, il quale è calcolato sulla base di una percentuale che può variare da organismo ad organismo. Il fatto che una delle parti nella domanda all’organismo, possa inserire il nominativo del mediatore, non cambia alcunché a proposito di quanto detto finora: la mediazione è un fatto tra l’organismo di mediazione e le parti. In tutto ciò è evidente che l’organismo di mediazione privato opererà con le logiche tipiche del mercato libero: logiche di concorrenza e di economicità. L’organismo ha delle spese di gestione, deve sostenere il costo di una sede e di un personale che sappia svolgere adeguatamente i compiti logistici e burocratici necessari per l’avvio e lo svolgimento della mediazione. In questo senso il primo principio di economicità vuole che la mediazione duri il meno possibile: il protrarsi nel tempo dell’intero processo infatti aumenterebbe i costi in modo insostenibile.

Una seconda questione consiste nella procedura di designazione del mediatore, per ogni singola mediazione: anche in questo caso è incontrovertibile che essa avvenga con criteri privi della necessaria trasparenza e ispirati a logiche non necessariamente esplicitate. Nell’analisi congiunta delle due considerazioni testé esposte sorge, a nostro avviso, una problematica non indifferente. Se è vero, e ci teniamo a sottolinearlo ancora una volta, che nessuno deve intendere la funzione di mediatore come attività meramente psicologica e che, allo stesso modo, nessuno può pensare di trasformare la mediazione in un setting terapeutico, è pur vero che quelle competenze psicologiche che poco fa abbiamo individuato come valore aggiunto del mediatore, per essere messe in atto, abbisognano comunque di un certo lasso di tempo, per quanto minimo esso sia. Un tempo che potrebbe anche rivelarsi importante ai fini di una risoluzione positiva della controversia tempo che però difficilmente gli organismi privati hanno intenzione di concedere: è infatti opinione corrente, in diversi organismi di conciliazione privati, che una mediazione non possa travalicare la mezza giornata. È possibile che alcune pratiche possano in effetti essere risolte in un così breve tempo, ma è altrettanto vero che alcune altre abbisogneranno di un tempo sicuramente maggiore. Occorre inoltre considerare, a tale proposito, cosa non  trascurabile, che un organismo di mediazione al di là del risultato guadagna sempre: sia che la mediazione vada a buon fine, sia che non raggiunga la conciliazione. È proprio in questa divergenza di interessi che riteniamo possano originarsi dei rischi non indifferenti per la figura dello psicologo. In altri termini, se quest’ultimo non può avere a sua disposizione un tempo necessario, non lungo a dismisura, ma appena sufficiente ad indagare almeno superficialmente alcune dinamiche, sicuramente importanti, allora non potrà essere nella condizione di mettere in atto quel valore aggiunto che, come abbiamo già visto, lo potrebbe caratterizzare nella mediazione. Saremmo quindi di fronte al paradosso che uno psicologo potrebbe essere chiamato proprio in quanto tale e in virtù di un valore aggiunto, senza che ciò si rifletta però nella possibilità concreta di porre in atto proprio quel valore. A fronte di ciò,egli resta tuttavia, agli occhi di tutti coloro che sono coinvolti nella mediazione, uno psicologo. In altri termini, senza tenere conto del fatto che gli è stato impossibile porre in atto un minimo di quelle competenze che possiede, lo psicologo rischia di essere considerato privo di quel valore!

Quale sarà dunque la considerazione che le persone coinvolte a vario titolo nel processo di mediazione avranno del lavoro di un mediatore psicologo? E quale sarà l’auto-considerazione di quello psicologo alla fine di un lavoro che lo ha visto impegnato per senza poter mettere in atto le proprie competenze? Reputiamo che la risposta a queste domande stia tutta nella impossibilità per lo psicologo di lavorare con agio e serenità all’interno di un organismo di mediazione privato. Se tutto ciò corrispondesse a verità allora la scelta non potrà essere altro che quella di “fare impresa”, come lo stesso Prof. Gian Piero Turchi affermava nella “Giornata degli Iscritti” del 14 Maggio (evento organizzato dall’Ordine degli Psicologi della Toscana). È proprio su quest’ultima possibilità che vorremmo si aprisse un dibattito serio con i colleghi. Il fare impresa implica infatti dare vita ad un organismo di mediazione che, in base ai requisiti di legge, non è certo questione semplice. È sufficiente ricordare, a tale proposito, che un organismo privato, per essere riconosciuto come tale, deve svolgere la propria attività di mediazione in almeno due regioni o in due provincie della stessa regione; senza contare il possesso di una polizza assicurativa di importo non inferiore a 500.000, un capitale minimo di 10.000,i locali per le sedi ed il personale. Il focus della questione consiste dunque in uno sforzo organizzativo ed economico di non poco conto, sforzo che, tra le altre cose, implica anche la capacità di coordinarsi con altre realtà territoriali in grado di condividere alcune valutazioni di fondo. Sicuramente alcune scuole o associazioni, che hanno diverse sedi nazionali, possono essere in grado di fare impresa; molto più ardua ci sembra invece la situazione per i singoli colleghi che si riuniscono per la prima volta a seguito del conseguimento dell’attestato di mediatore professionista.  In tutto questo, infine, i vari ordini regionali possono avere qualche cosa da dire?

Bibliografia:  Psicologia Toscana Anno XVIII  n. 1 Marzo 2012