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Feb 07

Separazioni distruttive: tra conflittualità e alienazione

 Recensione di Sandro Checcacci, counselor al libro della nostra collega, la dott.ssa Antonella Parrini

Il libro si propone di analizzare le relazioni familiari isfunzionali, ossia quelle che si caratterizzano per un’elevata conflittualità e alienazione, in seguito alla separazione dei genitori. La separazione è un processo, che se accettato consapevolmente dalla coppia, attraverso una comprensione delle motivazioni che l’hanno determinata e l’assunzione delle reciproche responsabilità nel fallimento della loro unione, permette il raggiungimento di quello che Bohannan definisce la fase del divorzio psichico, con la possibilità di reinvestire in una nuova progettualità individuale. Al contrario avrà luogo la messa in atto di una forma estrema e disfunzionale che si esprime in un rapporto distruttivo di cui i figli saranno vittime. Ad essere messa in scacco è proprio la cogenitorialità, ossia la capacità di supportarsi reciprocamente come leaders della famiglia: i genitori finiscono per dar vita a relazioni diadiche con il figlio, innescando una cogenitorialità competitiva e ostile, nel tentativo di prevaricare l’altro, imponendo il proprio stile personale, squalificando i contributi dell’altro. I figli, coinvolti in triangolazioni familiari, assumono loro stessi un ruolo attivo nel conflitto, mettendo in atto di volta in volta strategie per risolvere i propri problemi familiari, ma che in realtà producono disagi che si esprimono attraverso il senso di colpa o di abbandono per la perdita del genitore rifiutato. Nei casi in cui si ha un elevato grado di conflittualità, con più probabilità si osserva che il genitore affidatario, mette in atto comportamenti mobbizzanti finalizzati a distruggere e svilire la relazione genitoriale dell’altro, attraverso una vera e propria campagna di denigrazione familiare e sociale. Gli esiti probabili sono la PAS, o l’esautorazione quasi spontanea del genitore non affidatario da ogni aspetto della vita del figlio, con la rinuncia ad esercitare il proprio ruolo poiché non riesce a far fronte agli ostacoli che glielo impediscono. Nel testo si fa riferimento a ricercatori come Clawar e Rivlin, che, in uno studio longitudinale condotto nel 1991, hanno osservato che nel 40% dei casi, questi bambini sviluppano sentimenti di autoavversione e di colpa, per essere stati usati come alleati nella guerra contro il genitore rifiutato, e quando realizzano l’accaduto finiscono per escludere anche il genitore programmante, rischiando così una seconda perdita. L’allontanamento del genitore rifiutato potrà rendere difficile il processo di identificazionedifferenziazione nel corso del loro sviluppo, e non permetterà un concreto confronto con la realtà; ciò darà più probabilmente luogo al consolidarsi dell’azione programmante. Il genitore alienato si troverà davanti ad un doppio legame, per cui, ogni tipo di risposta ossia una situazione relazionale in cui qualsiasi tipo di risposta (di passività o di ribellione davanti all’ostilità dei figli) conferma e rinforza le condizioni di partenza. A innescare l’azione programmante, può essere il desiderio di controllare il figlio, averlo esclusivamente per se, ma non mancano casi in cui sia la gelosia nei confronti del partner e/o il desiderio di vendetta che si esprime appunto nel mantenere una relazione con lui anche attraverso il conflitto. In Italia non è stata data rilevanza al fenomeno della Sindrome di Alienazione Parentale, come si può osservare considerando il numero esiguo di lavori pubblicati. Nel libro viene riportato un importante lavoro, realizzato da Lubrano Lavadera e Marasco nel 2005 basato sul confronto tra CTU del Tribunale Ordinario di Roma, 12 in cui era stata diagnosticata PAS di livello grave, e 12 dove non è stata diagnosticata la PAS. La ricerca ha potuto confermare i criteri caratterizzanti la Sindrome così come definiti dal suo autore, Richard Gardner, per quanto si siano rilevati aspetti peculiari quali: • Un’equa rappresentazione dei generi maschili e femminili nel ruolo di genitore programmante (che comunque è unicamente rintracciabile nel genitore affidatario) • Sono per lo più figli unici, più facilmente triangolati dunque nel conflitto, presentano difficoltà a livello di identità (falso sé, tendenza alla manipolazione, scarso rispetto delle autorità, senso di abbandono, affettività conflittuale e ambivalente). • Con più frequenza nei casi PAS i ragazzi sono affidati ai servizi sociali. La mancanza di un chiaro e univoco riconoscimento della sindrome da parte della giurisprudenza rende l’attuazione degli interventi un problema complesso. Del resto anche le indicazioni di Gardner risultano difficilmente applicabili data la radicata convinzione nel minore del suo rifiuto verso il genitore alienato. Si fa strada l’idea di equiparare la PAS ad un abuso psicologico vero e proprio e di intervenire su tutti e tre gli attori, dal momento che la disfunzionalità della relazione richiede un cambiamento di tutti coloro che ne sono parte. L’intervento è finalizzato a far riappropriare i genitori del loro ruolo genitoriale. Dibattuta è l’opportunità di ricorrere alla mediazione familiare, la cui efficacia è sicuramente legata alla volontarietà della coppia. Il percorso di mediazione si contrappone alla logica delle procedure legali basate tradizionalmente sul sistema accusatorio, e può dunque rivelarsi un valido supporto, la cui efficacia è maggiore se interviene prima che vengano attivati i canali giudiziari e che si siano inaspriti i rapporti nella coppia, purtroppo in questi casi spesso la conflittualità si è talmente radicata da rendere la coppia priva di qualsiasi volontà di collaborare. L’alternativa può essere il trattamento psicopatologico individuale o di coppia, ma più spesso le parti danno luogo ad un acting-out giudiziario, per cui il tribunale diventa un palcoscenico in cui drammatizzare il proprio disagio, nella speranza di un’illusoria riparazione delle proprie sofferenze, ma paradossalmente il sistema giudiziario è esso stesso basato sul conflitto. Nell’approntare un intervento occorre tener conto della complessità e la multidimensionalità delle dinamiche che intervengono nella separazione. Le child custody evaluations costituiscono l’insieme di azioni e interventi professionali finalizzati all’analisi e alla valutazione dei casi in situazioni di affido dei minori, che permettano di perseguire l’interesse dei bambini, ossia come sostiene Selvini, di permettere al bambino di definirsi come un “individuo resiliente”, dotato, quindi della capacità di sopravvivere e fortificarsi da un’esperienza potenzialmente traumatica. Il merito delle ricerche compiute negli ultimi decenni, e il contributo di Gardner, è stato quello di aver cercato di realizzare un sistematico intervento che integrasse aspetti legali e psicologici sia in termini conoscitivi-valutativi, che in termini preventivi-riabilitativi. Nonostante le critiche mosse al suo autore, e la mancanza dei criteri di ammissibilità della PAS all’interno del DSM o dell’ICD, l’attenzione al fenomeno si sta facendo sentire sempre di più anche nel contesto Europeo. Le problematiche che sono messe in luce rispetto ad un fenomeno, quello appunto della Sindrome di Alienazione Parentale, che purtroppo ad oggi, ha riconoscimento scarso o nullo, nell’ambiente giudiziario italiano, sono nel libro ampiamente trattate con la denuncia che misconoscere l’origine relazionale del rifiuto, implica il rischio di contribuire ad amplificare ed “irrigidire” la patologia.