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Dic 17

La mediazione familiare e le trappole comunicative: introduzione della Dr.ssa Antonella Parrini

La mediazione familiare costituisce un tipo di intervento in cui un terzo neutrale, nella figura del mediatore, aiuta una coppia in separazione a costruire i propri accordi.

Nelle coppie conflittuali si osserva, infatti, la difficoltà a ristabilire un canale comunicativo, premessa essenziale affinché siano capaci di riorganizzare le proprie relazioni familiari.

Il percorso di mediazione si contrappone alla logica delle procedure legali basate tradizionalmente sul sistema accusatorio, e può dunque rivelarsi un valido supporto, la cui efficacia è maggiore se interviene prima che vengano attivati i canali giudiziari e che si siano inaspriti i rapporti nella coppia.

Il mediatore familiare si pone come facilitatore del processo comunicativo, osservandolo dall’esterno, e cogliendo più che i contenuti, la relazione che emerge dai processi interattivi.

È un esperto della comunicazione e interviene sulla stessa principalmente attraverso la tecnica della riformulazione, questa permette di cogliere gli elementi salienti osservati che caratterizzano la modalità relazionale di quella coppia, e di restituirli ai due partner, in modo esplicito.

La ricostruzione verbale delle espressioni utilizzate dai due partner operata dal mediatore astenendosi da qualsiasi giudizio, permette di spostare l’attenzione dal contenuto al processo.

La tecnica usata è appunto quella della riformulazione; un potente strumento con cui si esprimono in modo chiaro e sintetico, tanto i contenuti che i vissuti emotivi dei due partner.

Il setting costituisce un luogo protetto, sicuro e strutturato in cui questa esplicitazione si rende possibile; è il luogo fisico e psicologico, in cui viene stimolata la comprensione di sé e dell’altro senza che ci senta giudicati o valutati, ma accolti pienamente dal mediatore.

Il mediatore non offre soluzioni nè decide per la coppia, si mantiene neutrale, in modo che le decisioni siano prese in modo equilibrato dalle parti, chiarendone le richieste reciproche, identifica alternative e assiste i partecipanti nel raggiungimento di un accordo comune.

Il conflitto viene normalizzato nel percorso di mediazione, ossia lo si considera nella sua accezione positiva come un’opportunità di crescita e di cambiamento, in questo modo si opera un modo diverso di concepirlo, sfrondandolo di quelle caratteristiche distruttive e competitive con cui la coppia lo vive.

Nel depotenziare il conflitto, il mediatore interviene in modo più o meno strutturato, allo scopo di gestire i processi comunicativi, facendo attenzione agli appelli di ognuno e riformulandoli in modo da coglierne il significato, traducendo le accuse in bisogni.

Il motivo conduttore del suo intervento è che promuovendo i processi comunicativi farà in modo che le risposte arrivino direttamente dalle parti.

È fondamentale aiutare la coppia a vedere le proprie risorse e ad avere fiducia nelle proprie capacità.

Questo è il motivo per cui la mediazione è definita un processo di self-empowerment, termine che sottolinea il riappropriarsi per la coppia del controllo della propria situazione.

Questo è possibile definendo obiettivi e interessi personali coinvolti, le motivazioni sottostanti, per divenire consapevoli della vasta gamma di opzioni disponibili.

Il mediatore permette dunque che i due ex partner apprendano o recuperino la capacità di ascoltarsi reciprocamente, e comunichino in modo più efficace, fiduciosi delle proprie capacità e delle risorse di cui dispongono o che sono comunque a loro disposizione, affinché arrivino a decisioni responsabili.

Nel condurre attivamente il processo, il mediatore si pone dunque in modo imparziale, condizione del resto assolutamente necessaria affinché la coppia vi si affidi completamente.

Trasformando le espressioni negative della coppia in positive, il mediatore evita che l’uno riversi la colpa sull’altro negando la propria responsabilità sul problema.

L’attenzione viene volta al futuro al fine di limitare recriminazioni e accuse sul passato, per quanto si renda necessario talvolta permettere l’esternazione della sofferenza.

Questo è talvolta inevitabile, perché solo così è possibile arrivare ad una definizione condivisa del problema, ossia dopo che si sono potuti esternare i bisogni personali, imprigionati nei sentimenti e nelle emozioni, nelle rivendicazioni di torti subiti.

Sta però al mediatore riportare al senso di realtà la coppia, al qui ed ora della loro situazione, anche attraverso tecniche di reframing, tese a guidare la seduta, con l’esplicitazione delle aspettative delle parti, ricordando gli obiettivi che ci siamo posti e soprattutto recuperando di quanto detto le informazioni che risultano più importanti.

Sicuramente in questo percorso il mediatore si trova davanti dinamiche comunicative disfunzionali come quelle paradossali o che celano meccanismi difensivi.

Questo è il motivo che mi ha spinto ad approfondire, tutte quelle “trappole” comunicative, in cui il mediatore potrebbe cadere senza una maggiore conoscenza teorica di riferimento.

Del resto, la stessa imparzialità potrebbe venire influenzata se il mediatore colludesse con questi meccanismi, mettendo in pericolo il processo di mediazione stesso.

Di seguito, infatti, verranno trattati i paradossi della comunicazione, il doppio legame, la tecnica della differenziazione del costrutto, e l’identificazione proiettiva.

 

Il riferirsi tanto ad autori di dichiarato approccio sistemico, che di approccio psicodinamico nonché costruttivista, permette di allargare il campo di osservazione e cogliere aspetti comuni e non alle varie teorie.