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Feb 15

La comunicazione paradossale

La comunicazione paradossale.

 

La comunicazione si definisce paradossale, quando si ha una contraddizione che deriva dalla deduzione corretta a partire da premesse coerenti.

Gli studi sulla comunicazione paradossale si devono al gruppo di Palo Alto, che negli anni 60’ si occuparono del paradosso come qualcosa “che non solo pervade l’interazione e influenza il nostro comportamento e la nostra salute mentale, ma sfida anche la nostra fede nella coerenza, e quindi nella fermezza ultima, del nostro universo”.

L’ipotesi di fondo è che il nostro modo di percepire la realtà si fonda sulla legge aristotelica, per cui non è possibile che qualcosa sia contemporaneamente se stessa e il suo contrario.

Di fronte a due alternative che si escludono a vicenda, si avverte così tanto la contraddizione, e si generano comportamenti che vanno dall’indecisione, al dover effettuare una scelta che può rivelarsi sbagliata.

Mai però si raggiunge un comportamento patologico come nel paradosso.

Infatti, questo si differenzia da quello che si può definire un’ingiunzione contraddittoria, dove, o si sceglie un’alternativa perdendo o si subisce l’altra alternativa, ma in cui in ogni caso ci troviamo nella possibilità di fare una scelta logica, quella che in concreto, ci permetterebbe di andare in contro al male minore.

Nell’ingiunzione paradossale, niente è possibile: ci si trova davanti a qualcosa di paralizzante.

Uno dei paradossi più destrutturanti è sicuramente quello chiamato “DOPPIO LEGAME[1]”, in cui due o più persone coinvolte in una relazione intensa, che si caratterizza per l’alto potere di sopravvivenza fisica e/o psicologica per una di esse e o per tutte quelle coinvolte, come ad esempio genitore-figlio; dipendenza materiale; condizioni di invalidità, relazione amorosa…

Il messaggio fornito è tale che asserisce qualcosa, e asserisce anche qualcosa circa tale asserzione, e queste due asserzioni si escludono a vicenda[2].

Inoltre, nel doppio legame, è impedito a colui cui il messaggio è destinato di uscire fuori dallo schema stabilito, infatti, è molto probabile che la persona viva un senso di colpa per aver avuto percezioni corrette sulla contraddizione in esso contenuta, e che venga considerata “cattiva” o “folle” per avere insinuato che esiste una certa discrepanza fra ciò che ha percepito e ciò che “dovrebbe” percepire.

Il messaggio, se da un punto di vista logico, è privo di significato, da un punto di vista pragmatico, costituisce una realtà che non può essere ignorata: il soggetto non può non reagire ad esso, ma di fatto non può farlo in modo coerente e logico data la natura paradossale del messaggio stesso[3].

Il classico esempio che può spiegare meglio una situazione di questo tipo, si deve a Johnson e i suoi collaboratori, che illustrano la percezione di rabbia e ostilità di un bambino, che si trova però di fronte alla negazione di tali sentimenti da parte del genitore (ne è un esempio l’affermazione “non sono arrabbiato!” gridata con tono iroso).

Il bambino così viene a trovarsi davanti al dilemma se credere al genitore o ai propri sensi.

Dare credito alle proprie percezioni gli permetteva di mantenere un senso di realtà, mentre credere al genitore, comportava mantenere quella relazione di cui aveva bisogno ma a prezzo della distorsione della realtà stessa.

Altri casi, che sono piuttosto frequenti nella vita reale, fanno riferimento alla richiesta di comportamenti specifici che per la loro natura non possono essere spontanei.

Ne sono un esempio l’affermazione: “ sii spontaneo!”, o ancora “dovresti amarmi”, “dovresti divertirti a giocare con i tuoi figli, come accade per gli altri genitori!”.

Gli studi sul doppio legame, risalgono ad un particolare momento storico, in cui abbandonata l’eziologia organicistica della psicopatologia, si cercano nuove teorie che spieghino l’origine dei disturbi psichiatrici[4].

Ecco come la teoria si prestò ad una lettura specifica della schizofrenia.

È opportuno chiarire che tutti siamo esposti quotidianamente a comunicazioni paradossali, e questo non implica necessariamente lo sconfinare in disturbi mentali.

Una considerazione importante riguarda, infatti, la differenza tra esposizione temporanea a fenomeni di doppio legame e l’esposizione prolungata.

Quest’ultima costituisce una continua esposizione ad ingiunzioni paradossali, messe in atto da un soggetto, che gode implicitamente la fiducia di un altro soggetto, e che minaccia così di fare qualcosa a quest’ultimo che lo renderebbe indegno della sua fiducia.

È il classico caso citato da Watzlawick, in cui il marito minaccia la moglie di tradirla con altre donne se non porrà fine ad un comportamento che a lui non piace.

La moglie si trova dunque di fronte a tale minaccia: sono completamente degno della tua fiducia; ti punirò con l’essere indegno di questa fiducia (diventando traditore, infedele), oppure resterò degno della tua fiducia proprio essendo indegno di fiducia.

Il paradosso si sviluppa su un piano semantico sui due diversi significati relativi ad essere “degno di fiducia”: il primo riguarda tutte le azioni e caratteristiche del marito, mentre nel secondo il riferimento è alla fedeltà coniugale.

Sicuramente sul piano pragmatico gli effetti sono insostenibili, si assiste ad un fallimento della scelta stessa con effetto paralizzante.

Nel doppio legame, si ha dunque un modello interattivo specifico.

La qualità di tale interazione è meglio comprensibile se si tiene conto che si tratta di un fenomeno comunicativo e conseguentemente non unidirezionale.

Se il fenomeno produce un comportamento paradossale, come sostengono Watzlawick e collaboratori, allora sarà proprio questo comportamento a “legare doppio” il”doppio legatore”.

Infatti, anche quando il potere sembra essere tutto nelle mani di una parte, mentre l’altra appare indifesa, in realtà il carnefice è degradato quanto la vittima.

Una volta che il modello è strutturato, sembra alquanto effimero, chiedersi come ha avuto inizio, perché come sostengono gli autori, i sistemi patologici sono circoli viziosi curiosamente autoperpetuantisi.

Alla luce di queste considerazioni veniva spiegato dagli autori che non si poteva individuare esattamente nel doppio legame la causa della schizofrenia, ma che, dove il doppio legame diventa un modello predominante della comunicazione e dove l’attenzione diagnostica viene limitata all’individuo che mostra il sintomo, si scoprirà che il comportamento di quest’ultimo risponde ai criteri diagnostici della schizofrenia.

Gli effetti comportamentali più probabili di fronte al fenomeno del doppio legame sono:

  1. Davanti all’assurdità insostenibile della situazione, l’individuo può pensare che gli è sfuggito qualche particolare importante e attinente alla situazione o che le altre persone coinvolte gli avevano fornito. Quest’ultima ipotesi sarebbe rafforzata dal fatto che le altre persone sembrano considerare la situazione del tutto logica e coerente. L’individuo cercherà di scoprire quell’elemento mancante anche estendendo la sua ricerca ai fenomeni più improbabili, deviando dalla realtà. Del resto questo comportamento rispecchia il fatto che nel doppio legame è la proibizione di essere consapevoli della contraddizione che la situazione comporta.
  2. E’ probabile che l’altro comportamento messo in atto, sia quello di prestare osservanza a quanto richiesto prendendolo alla lettera, senza cercare di trovare spiegazioni logiche a ciò che non ha niente di sensato.
  3. Altra possibile reazione è il ritiro, isolandosi fisicamente quanto più possibile bloccando l’ingresso dei canali di comunicazione perché questo impedirebbe un isolamento completo.

I comportamenti descritti fanno riferimento a quadri clinici diversi di schizofrenia: la paranoide, l’ebefrenica e la catatonica[5].

In terapia non mancano le applicazioni del “doppio vincolo”, come nell’ipnosi eriksoniana, infatti, il rapporto fiduciario con il terapeuta è così intenso emotivamente, da costituire il presupposto alla creazione dei doppi vincoli.

Il disorientamento procurato dal doppio vincolo nel soggetto costituisce un buon terreno di partenza per sospendere schemi di riferimento del paziente.

Erikson utilizza il doppio legame per offrire ai pazienti la possibilità di indirizzare il proprio comportamento in una direzione terapeutica, questo è possibile ristrutturando quello che emerge nella comunicazione primaria, e ponendolo dunque, entro un altro sistema di riferimento nella metacomunicazione[6].

Greimas, sostiene che il doppio vincolo presuppone comunque un contratto che deve essere accettato preventivamente dai soggetti che partecipano all’azione, l’autore esamina il contesto intercomunicativo, e considera l’elemento della sfida, ossia la provocazione messa in atto dal soggetto manipolatore.

Tale messaggio accompagna la proposta di contratto e, consiste nel comunicare al soggetto che ci si prepara a manipolare la sua mancanza di competenza, chiedendogli di eseguire un certo programma, e avvertendolo della sua incapacità a realizzarlo.

L’enunciato persuasivo si caratterizza come una persuasione a rifiutare, ma l’intenzione nascosta del manipolatore e di farlo interpretare dal soggetto manipolato come una dissuasione dal rifiutare.

Un esempio può essere quella situazione particolare descritta da Bateson nel caso degli Alcolisti Anonimi, dove vi è l’assunto che sia lo stato di sobrietà dell’alcolizzato a spingerlo in qualche modo a bere.

Questo implica che un metodo che rafforzi il suo particolare modo di essere sobrio, possa controllare il suo alcolismo.

Occorre dunque che egli ammetta la sua impotenza di fronte all’alcol.

Nella filosofia degli Alcolisti Anonimi, l’esperienza della sconfitta, che allontana il soggetto da ricorrere all’autocontrollo per vincere la sua dipendenza, non serve solo a convincerlo che un cambiamento è necessario, ma è essa stessa il primo passo del cambiamento.

L’alcolizzato prova un’accettazione quasi ossessiva di una sfida con se stesso in modo costante.

Non appena sperimenta il successo di essere rimasto sobrio si rende probabile, egli deve sfidare il rischio di un bicchierino.

Rompendo lo schema facendo assumere la propria incompetenza modale, si possono ottenere nuovi modelli di comportamento, attraverso l’accettazione degli insegnamenti proposti.

Occorre dunque che l’alcolizzato sia sfidato ad una bevuta controllata, per rendersi conto della sua incapacità di controllo.

Nella manipolazione della competenza modale del soggetto, la comunicazione è costrittiva, il destinatario è costretto a rispondere (anche il silenzio sarebbe una risposta, ossia un’ammissione della sua incompetenza).

Le alternative proposte dal manipolatore sono, in realtà, soggetti di rappresentazione collocati nello spazio cognitivo del soggetto manipolato, il significato sta nel portare il soggetto a aderire intimamente al sistema di valori proposti.

 

[1] La Teoria del Doppio Legame di Bateson, Jackson, Haley e Weakland (1956).

[2] Quindi se il messaggio è un’ingiunzione, questa deve essere disobbedita per essere obbedita.

[3] Bateson si riferisce alla teoria dei tipi logici di Russell e Whitehead, definendo l’inquadramento un processo per delimitare un tipo logico, ma è proprio questo che fa scaturire il paradosso. Infatti, la regola per evitare i paradossi comporta che gli oggetti esterni a qualunque curva chiusa siano dello stesso tipo logico di quelli interni, la cornice è data dalla linea immaginaria che separa gli oggetti di un tipo logico da quelli di un altro tipo. Tutti gli oggetti di tipo logico inappropriato sono esclusi dallo sfondo di qualsiasi classe. Per Bateson questa teoria applicata alla psicopatologia permette di agire davanti ad un paziente che tratta in modo anomalo gli inquadramenti e i paradossi, conseguentemente ad un processo di apprendimento inadeguato. La terapia permette allora di far modificare al paziente quelle regole per la comprensione e la costruzione dei messaggi, agendo ad un livello metacomunicativo. Allora la terapia assume il carattere di “un sistema comunicativo che evolve”. La tesi centrale basata dunque sulla teoria di Russell è l’esistenza di una discontinuità tra una classe e i suoi elementi. La classe non può infatti, essere un elemento di se stessa e d’altra parte, uno degli elementi non può essere la classe, poiché il termine usato per la classe è di un livello di astrazione diverso (di un diverso tipo logico) rispetto ai termini usati per gli elementi. Nella psicologia della comunicazione reale, questa discontinuità e continuamente ed inevitabilmente trasgredita, quando questo avviene in un rapporto in cui è di vitale importanza per l’individuo saper distinguere con precisione il genere di messaggio che gli viene comunicato, in modo da poter rispondere in modo appropriato, può insorgere una condizione schizofrenica.

[4] Sicuramente si deve all’interpretazione data dalla Scuola di Palo Alto della schizofrenia un salto concettuale dalla schizofrenia come malattia della mente dell’individuo, alla schizofrenia come modello specifico di comunicazione.

[5] Nel 1956 il gruppo di Palo Alto pubblicò “Verso una teoria della schizofrenia “ basandosi sulla Teoria dei tipi logici di Russell, e inseguito nel 1967 fu pubblicato il testo “Pragmatica della comunicazione umana” allo scopo di sistemizzare i risultati degli studi condotti fino ad allora sulla comunicazione.

[6] Erikson utilizza il doppio vincolo per depotenziare gli abituali schemi di riferimento del paziente, per permettergli di esplorare sistemi alternativi, che l’autore ritiene siano già disponibili a livello intrapsichico, per tanto occorre “distrarre” il conscio perché questi possano essere sperimentati da paziente come risorse terapeutiche. A differenza di Bateson, qui il doppio legame è un espediente comunicativo per facilitare l’ipnosi da parte del paziente, strutturato in una relazione terapeutica a cui pur se intensamente legato, il paziente ha sempre possibilità di sottrarsi, con la scelta e la fuga.

 

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