«

»

Mar 09

Panorama italiano: il metodo paradossale

 

Mentre l’antipsichiatria aveva contestato i fondamenti scientifici delle teorie sulla malattia mentale, Gregory Bateson aveva formulato la prima ipotesi sulla schizofrenia basata sulla comunicazione interpersonale.

Negli anni ’70 nei paesi europei si assiste allo smantellamento dei nosocomi e alla formulazione di nuove leggi per la diagnosi e la cura del disturbo mentale.

La teoria di Bateson sul doppio legame, in sostanza rimandava l’idea che il paradosso avesse una duplice valenza: come strategia radicale e come impossibilità di usare strategie.

In Italia ad occuparsi del paradosso è stato per primo il gruppo milanese di approccio sistemico costituito dalla Mara Selvini Palazzoli, Luigi Boscolo, Gianfranco Cecchin e Giuliana Prata, che lavorano con le famiglie.

Lo studio sulle famiglie permette di vedere quanto asserito nell’assioma della pragmatica della comunicazione umana, per tanto, ogni comportamento è una comunicazione che a sua volta non può che provocare una risposta costituita da un altro comportamento – comunicazione.

Nelle famiglie in cui si rintracciano comportamenti patologici si osservano peculiari sistemi interattivi che si autoperpetuano.

Rilevare e cambiare la regola fondamentale sottostante permette di esaurire rapidamente tali comportamenti.

Se ogni sistema vivente, secondo la teoria generale dei sistemi, tende all’omeostasi ma ha anche capacità di trasformazione, quando siamo davanti ad una patologia si osserva una tendenza sempre più rigida a ripetere compulsivamente le soluzioni memorizzate al servizio dell’omeostasi[1].

Il comportamento di ogni componente della famiglia influenza inevitabilmente quello degli altri, ma non secondo un principio di causalità.

Infatti, così come ognuno è influenzato dagli altri, ogni individuo influenza gli altri.

Nonostante questa reciprocità, chi ha la meglio crede di detenere il potere, così come chi subisce crede di non averlo, in realtà il potere è nelle regole del gioco che si sono stabilite nel tempo nel contesto pragmatico di chi vi è coinvolto.

Queste rivelazioni portarono il gruppo di Milano a lavorare con il paradosso attraverso metodi paradossali, in particolare si cercò di porre in luce come nelle famiglie psicotiche, si rintracciasse una forte simmetria, tale da non essere tollerabile e quindi coperta.

Laddove questa simmetria viene scoperta prevale il rifiuto di ognuno dei partner alla definizione che l’altro da alla relazione.

Ognuno, quindi, cerca con ogni forza di ottenere il controllo della relazione, sperimentare il fallimento è intollerabile, e l’unico mezzo per tentare di ovviarlo rimane quello di squalificare la propria definizione della relazione subito prima che l’altro ci arrivi.

Per evitare quindi di esporsi, il messaggio si fa sempre più contorto e si connota in modo paradossale.

La tecnica usata è più spesso quella della disconferma, ossia un tipo di risposta alla definizione che l’altro tenta di dare di sé nella relazione, arrivando al messaggio “tu non esisti!”, o ancora “io non esisto nella relazione con te”.

Quello che permette al gioco di non finire, è la nascosta presunzione, da parte di ognuno, di conquistare il controllo unilaterale nella definizione della relazione, cosa irrealizzabile di fatto, data la circolarità dell’interazione.

In sostanza, sul livello verbale viene data un’ingiunzione che sul livello non verbale viene squalificata; contemporaneamente passa il messaggio che non si può metacomunicare sull’incongruenza dei due livelli e neppure abbandonare il campo.

Come conseguenza si avrà l’impossibilità del ricevente di mettersi in una posizione complementare in quanto non potrà ubbidire all’ingiunzione non potendo individuare quale delle due sia quella vera, ma neppure potrà mettersi in una posizione simmetrica, ossia disubbidire perché è altrettanto impossibile stabilire quale sia quella vera cui ribellarsi.

Il gruppo di Milano individuò allora nel paradosso terapeutico un modo per rompere questo gioco infinito e perverso.

Si trattava di porre colui che mostra il comportamento psicotico nella posizione che per dimostrare che non ha quel comportamento, e che non ha più bisogno di misurarsi con il suo avversario, ammetta che questi è più forte, dal momento che questo non è importante quanto dimostrare che egli non è quello che l’altro ha sentenziato che fosse.

Nella sostanza l’intervento si realizzava :

  1. Mettendo tutti i membri della famiglia sullo stesso piano
  2. Accedendo al sistema mediante la conferma della sua tendenza omeostatica
  3. Cercando di esserne accolti a pieno titolo in quanto animati dalla stessa intenzionalità
  1. Connotando positivamente la tendenza omeostatica per incoraggiare paradossalmente la capacità di trasformazione in quanto connotazione positiva apre la via al paradosso (ci si chiede allora il perché la coesione del gruppo, che i terapeuti finiscono per definire buona e desiderabile, sia anelata a prezzo di un paziente?).
  2. Definendo chiaramente la relazione nel rapporto famiglia-terapeuti
  3. Definendo il contesto come terapeutico.

In sostanza la connotazione positiva approvava esplicitamente la prevalente tendenza omeostatica della famiglia avendo come fine implicito quello di rassicurarla circa le intenzioni conservatrici dei terapeuti, onde stimolarne paradossalmente il cambiamento.

In seguito il metodo fu duramente e giustamente attaccato quando fu utilizzato acriticamente in contesti familiari in cui si verificavano atti di violenza di membri più forti, sia gerarchicamente che fisicamente, sui più deboli.

Il metodo paradossale oltre alla tecnica della riformulazione paradossale, comprendeva anche i rituali, anch’essi una comunicazione implicita, una prescrizione a tutta la famiglia di azioni che tacitamente costituivano nuove regole di rapporto che andavano sostituendosi a quelle abituali, senza alcuna spiegazione né alcuna critica.

La visibilità degli interventi terapeutici si realizzava attraverso un lungo intervallo tra le sedute.

Di fatto il metodo si è trasformato nell’empatia per le sofferenze provate da ogni componente della famiglia, calandosi nei panni di ognuno di loro, comprendendone le ragioni in relazione alla propria storia personale, senza però cancellarne la responsabilità per la sofferenza provocata ad altri.

Il metodo paradossale fu messo in discussione soprattutto per due ordini di ragioni: la maggiore convinzione che il terapeuta debba avere il ruolo di tutela dei membri più indifesi del gruppo familiare (la sua neutralità rischiava di diventare un’alleanza implicita con i più forti e vincenti); e l’importanza data alla ricostruzione del significato della propria storia di sofferenza.

 

 

 

[1] Cit. da Selvini Palazzoli

Bibliografia

 

ANDOLFI M. A cura di (1999). La crisi della coppia. Una prospettiva sistemico-relazionale. Ed. Raffaello Cortina

BATESON G. (1976). Verso un’ecologia della mente. Adelphi, Milano

ERICKSON M.H., ROSSI E. (1979). Tecniche di suggestione ipnotica. Roma, Astrolabio

GREIMAS A.J. , FONTANILLE J. (1996). Semiotica delle passioni. Dagli stati di cose agli stati d’animo. Milano, Bompiani

MATERA M. (2008) dalle lezioni di psicologia dinamica, corso di formazione in Esperto Mediatore Familiare A.F. 2008

MAZZEI D. (2002). La mediazione familiare. Il modello simbolico trigenerazionale. Raffaello Cortina Editore.

MIGONE P. (1988). La identificazione proiettiva. Rivista Il ruolo terapeutico, n. 49 pp. 13-21.

PARRINI A. (2008). Separazioni distruttive:tra conflittualità e alienazione. Ed. Psiconline. In press.

OGDEN T. (1984). Projective Identification and Psychotherapeutic Tecnique. New York: Aronson. Trad. it. Idenficazione proiettiva e tecnica psicoanalitica. Roma: Astrolabio, 1994.

SELVINI PALAZZOLI M., BOSCOLO L., CECCHIN G., PRATA G. (1975). Paradosso e controparadosso. Ed. Raffaello Cortina

SELVINI PALAZZOLI M., CIRILLO S., SELVINI M., SORRENTINO A. M. (1988). I giochi psicotici nella famiglia. Ed. Raffaello Cortina

SELVINI PALAZZOLI M., CIRILLO S., SELVINI M., SORRENTINO A. M. (1998). Ragazze anoressiche e bulimiche. Ed. Raffaello Cortina

STEINER J. (1993). I rifugi della mente. Bollati Boringhieri

STERN D. (1989). Le rappresentazioni dei modelli di relazione: considerazioni evolutive. Trad. it. In SAMEROFF, A.J., EMDE, R.N. (a cura di ), I disturbi delle relazioni nella prima infanzia. Boringhieri, Torino 1991.

ZAVATTINI G.C. (1998). Il setting nella terapia psicoanalitica di coppia. In Rivista di psicoterapia relazionale n. 7 pp. 23-40

WATZLAWICK P., BEAVIN J.H., JACKSON D. (1967). Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi delle patologie e dei paradossi. Ed. Astrolabio

WHITEHEAD A.N., RUSSEL B. (1910-1913). Principia mathematica, 3 voll., Cambridge University Press, Cambridge