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Ott 04

Comunicazioni collusive e loro riconoscimento nelle relazioni di aiuto

Gli studi che sono stati condotti sulla comunicazione paradossale e sul doppio legame, hanno permesso di cogliere la natura di certi processi, e hanno permesso la messa a punto di interventi nel corso del tempo nella pratica terapeutica.

Per quanto talune pratiche si sono poi rivelate non adeguate in ambito clinico mostrando evidenti limiti, hanno permesso lo sviluppo di metodi sempre più efficaci, anche se sempre da contestualizzare rispetto alla natura del problema affrontato.

La conoscenza di questi processi comunicativi non è da ascriversi unicamente all’ambito della psicoterapia, ma sono da valorizzare in ogni relazione di aiuto.

Sicuramente la conflittualità si estrinseca nella sua più ampia gamma di espressioni proprio nel momento in cui la coppia entra in crisi e decide di sciogliere la propria unione.

La mancata elaborazione della separazione e l’incapacità di assumersi reciproche responsabilità nel fallimento del loro rapporto fa sì che si instauri una relazione altamente conflittuale caratterizzata da reciproche accuse e rivendicazioni.

I sentimenti che si celano sotto queste dinamiche conflittuali sono il risentimento, la rabbia, ma anche sofferenza.

Occorre arrivare ad accettare il fallimento di un progetto di vita insieme costruito dalla coppia, in cui ognuno ha investito molto di se stesso, con i propri sogni e desideri.

La sofferenza può essere tale che il soggetto tende ad allontanarsene anche attraverso meccanismi di difesa, che gli permettono di tollerare la realtà.

È quello che accade comunemente con i meccanismi di difesa di cui nessuno ne è privo.

Ciò che permette di distinguere una modalità difensiva “sana” da una “patologica”, è il grado e la durata del suo utilizzo.

Un’attenta osservazione alla comunicazione dell’altro può svelarne la presenza.

Lavorando con coppie sposate, alla Tavistock Clinic negli anni ’50 -’60, Diks iniziò ad osservare che alcune coppie relativamente sane funzionavano nella loro relazione a un livello primitivo di relazioni oggettuali[1]: in queste coppie si tendeva a vedere il coniuge come se fosse qualcun altro (ognuno vedeva l’altro come una proiezione del proprio mondo interno).

Dicks arrivò alla conclusione che una delle fonti principali di discordia tra i coniugi fosse il fallimento di ciascun partner nel confermare la vera natura o l’identità dell’altro.

In sostanza ognuno di loro tendeva a forzare l’altro a comportarsi in modi altamente stereotipati e limitanti, per cui le coppie finivano per deteriorarsi in unità polarizzate (sadico-masochista, dominatore-sottomesso, sano-malato, indipendente-dipendente).

Dicks aveva così rintracciato un effetto regressivo nelle relazioni di coppia, una forma di transfert, per cui i coniugi attualizzavano una relazione del passato.

In effetti, come sostiene Dicks, i partner utilizzano meccanismi di scissione e di identificazione proiettiva per rendere esterno, o coniugale, un conflitto interno, nel quale una rappresentazione oggettuale, solitamente un genitore, veniva scissa e proiettata nel coniuge.

La psicodinamica spiega come il conflitto coniugale può essere visto come la ricreazione attraverso l’identificazione proiettiva, di conflitti con uno dei due genitori[2].

La scelta di un compagno è in grande misura influenzata da questo tipo di processo, dal momento che le coppie vengono a formarsi sulla base di desideri conflittuali, da un lato, di elaborare le relazioni oggettuali non risolte, e dall’altro, semplicemente di ripeterle.

Il meccanismo della identificazione proiettiva si può spiegare scomponendolo in fasi distinte.

In una prima fase, quella della proiezione, il soggetto proietta, appunto, parti di sé (possono essere parti “cattive” che il soggetto espelle da sé per il timore che queste possano distruggere quelle “buone”, ma possono essere anche le parti “buone”, che in questo caso vengono proiettate per proteggerle dagli attacchi aggressivi da parte di quelle “cattive”).

Migone, ritiene che si tratti di proiezione perché si presuppone che la persona che la riceve, subisca qualcosa di veramente nuovo, altrimenti sarebbe una “stimolazione”, perché riattualizzerebbe qualcosa che appartiene al suo passato e quindi sarebbe più propriamente da connotare con il controtransfert.

In una seconda fase, accade qualcosa che possiamo definire una “pressione interpersonale”, non solo di tipo psicologico ma anche comportamentale, da parte di colui che proietta su colui che riceve la proiezione, affinché quest’ultimo arrivi a provare quel determinato sentimento che vuole essere proiettato.

Ciò è possibile a patto che il rapporto interpersonale sia stretto, intimo o di dipendenza, (del tutto in analogia con il doppio legame), e dunque l’identificazione proiettiva, viene a caratterizzarsi per l’intrusività o, come sostiene Ogden, per la minaccia che aleggia  quando vi è un disperato bisogno che l’altro sia depositario della proiezione, pena la sopravvivenza stessa di colui che proietta.

La pressione fa dunque vivere dei sentimenti, nel soggetto in cui sono proiettati, come se fossero propri.

La terza fase, è la reinternalizzazione, riguarda più propriamente la relazione terapeuta-paziente.

Dove quest’ultimo, dopo aver proiettato nel terapeuta quelle parti di sé intollerabili, rese al terapeuta come un vissuto proprio, per effetto della pressione interpersonale, si trova a reinternalizzarle.

È la fase che segna la sua guarigione; egli infatti, può recuperare quelle parti o perché rese meno pericolose o perché egli è divenuto più forte (o entrambe le cose insieme).

Egli si è reso conto che il terapeuta non ne è stato distrutto, ma ha potuto contenerle, metabolizzandole, standoci a contatto, poiché inserite in una personalità diversa da quella del paziente, hanno dato luogo ad un’esperienza differente.

Allora il paziente reinteriorizza, non tanto le parti proiettate da lui stesso, ma quella capacità, osservata nel terapeuta, di gestirle.

L’originalità di questa proposta di Odgen, ossia di distinguere l’identificazione proiettiva in tre fase: proiezione, pressione interpersonale e reinternalizzazione, ha l’originalità di legare l’aspetto intrapsichico con quello relazionale, superando la visione dei meccanismi difensivi come legati unicamente al modello pulsionale, ossia privi di qualsiasi valore intersoggettivo, comunicativo.

Lavorare con le coppie significa dunque tener presente il controtransfert, ossia la capacità di riflettere “su quello che sta accadendo”, mentre si è “dentro quello che sta accadendo”, come sostiene Zavattini.

Si osserva ad esempio che la coppia tende nel momento in cui confligge a mettere in atto un circolo vizioso di accuse reciproche:

moglie dice: “non mi ami più”

marito accusa la moglie “ ti sei allontanata”

rispetto a queste accuse entrambi avvertiranno dentro di sé un sentire quale ad esempio:

per la moglie “ sono distante?”, per il marito: “è insensibile”.

Nella relazione di aiuto è importante cogliere l’appello di ognuno, ossia quel qualcosa che sentono ma che nessuno dei due direbbe all’altro esplicitamente per non “dargliela vinta”.

Il rischio è che se il terapeuta o il mediatore non arriva a distinguere e riconoscere quei vissuti come appartenenti al cliente, finendo per sentirseli suoi, cadrà nella trappola della identificazione proiettiva[3], e per tornare al nostro esempio, si sentirà sia distante che insensibile.

È dunque importante, in ogni relazione di aiuto saper riconoscere meccanismi di difesa quali l’intellettualizzazione, o lo spostamento per non pensare di trovarsi davanti ad una persona dal comportamento “calmo e tranquillo”.

Ma lavorando con le coppie diventa fondamentale cogliere anche aspetti relazionali che possono essere fortemente disfunzionali.

Non solo, conoscerli, come pure riconoscerli in noi stessi, permette di evitare errori nella comprensione dell’altro o di esporsi ad un carico emozionale eccessivo che può portare comunque ad errori imprevedibili.

La comunicazione paradossale implica una disconferma grave, un rifiuto sul piano relazionale.

Quello che è importante cogliere è il dato di realtà: la persona esprime un bisogno di un certo tipo e non è in grado di spostarsi su nient’altro.

Spesso allora i comportamenti si esprimono in modo incoerente, contraddittorio.

Nella coppia in crisi è allora possibile osservare il desiderio di separarsi come un comportamento centrifugo e al contempo il bisogno di attaccamento come comportamento centripeto.

Questa forte ambivalenza si esprime attraverso comportamenti che possono essere spiazzanti per l’altro.

È importante monitorare il colloquio per comprendere la relazione, facendo molta attenzione al processo più che ai contenuti e occorre molta accoglienza e comprensione per permettere al cliente di uscire da una situazione confusiva.

L’ascolto permette allora di cogliere le priorità, individuare le risorse interne ed esterne per arrivare a definire delle scelte chiare e trovare soluzioni creative.

Nella mediazione è fondamentale cogliere l’appello sottostante alla comunicazione di ogni partner, attivando un processo che permette di far emergere quella richiesta che altrimenti rimarrebbe latente nel conflitto ed esplicitarla all’altro.

Il mediatore si pone come un facilitatore della comunicazione, il suo compito è quello di promuovere l’ascolto, depotenziando la conflittualità e traducendo le accuse reciproche in bisogni, per arrivare a definire le questioni in prospettive nuove.

Nel conflitto chi riesce ad imporre la propria definizione del problema ottiene un vantaggio.

Ognuno si trova a fare i conti con una posta in gioco, e, molto probabilmente quella esplicita non coincide con quella implicita.

È importante individuare i bisogni sottostanti perché solo attraverso la loro espressione è possibile riaprire il dialogo.

Nella mediazione richiamare i coniugi costantemente all’interesse dei figli e allo sviluppo di una genitorialità adeguata costituisce una potente leva al cambiamento.

È anche importante definire delle regole e rispettarle nel contesto della mediazione, questo permette di riportare l’interazione in un sistema regolamentato e di rispetto reciproco.

Gli studi che sono stati condotti sulla comunicazione paradossale e sul doppio legame, hanno permesso di cogliere la natura di certi processi, e la possibilità di definire modalità di intervento attente a rompere i meccanismi disfunzionali che ne sono alla base.

Come sostiene Stern: “ La relazione non è semplicemente un’unità più ampia della interazione, ma appartiene a un ordine concettuale diverso. L’interazione come unità è, in genere, definita mediante quei comportamenti osservabili e oggettivi, mentre la relazione è concepita come un’unità di osservazione più astratta”.

Pertanto, l’interazione è un importante canale di accesso alla relazione, questo significa spostare lo sguardo sulla qualità dei legami e sulla ricerca di senso, quest’ultima attiene alle rappresentazioni familiari nonché ai modelli operativi interni, ossia quei modelli interiorizzati di relazione.

Nel modello simbolico generazionale, la mediazione coniuga in se, in modo se vogliamo paradossale e contraddittorio, il favorire gli aspetti separativi della coppia coniugale e il favorire gli aspetti di unione legati alla coppia genitoriale.

È in questa visione che viene analizzata la relazione al fine di incoraggiare il cambiamento verso modalità più adeguate e funzionali in funzione di tre obiettivi fondamentali: il divorzio psichico, il riappropriarsi del legame con la propria storia per ottenere un mantenimento del sottosistema genitoriale e la tutela di quell’aspetto connesso con la coniugalità che riguarda il mantenimento dei legami con le famiglie estese.

 

[1] Il soggetto entra in relazione con l’oggetto non come una persona distinta con proprie caratteristiche, ma come se fosse in relazione con sé stesso. Secondo John Steiner, il soggetto può ignorare alcuni aspetti dell’oggetto che non si accordano con la proiezione, oppure può controllare, forzare o convincere l’oggetto ad assumere il ruolo che gli viene richiesto. Si tratta di un tipo di relazione oggettuale narcisistica descritta dallo stesso Freud nel suo studio su Leonardo da Vinci, che trattava i suoi apprendisti come se rappresentassero lui stesso da bambino, oppure si identificava in sua madre ed entrava in relazione con il suo apprendista come egli avrebbe voluto che sua madre si fosse messa in relazione con lui.

[2] In sostanza, il partner che proietta si comporta poi in modo da costringere l’altro a comportarsi come l’oggetto interno proiettato. Ad esempio, un uomo abituato a essere trattato dalla madre come un bambino, può inconsciamente ricreare nel matrimonio la situazione vissuta con la madre, comportandosi in maniera infantile ed evocando una risposta materna della moglie.

[3] Stern afferma che è molto importante per l’analista essere catturato in modo fruttuoso, attraverso il meccanismo dell’identificazione proiettiva, dalle due dimensioni del transfert del paziente: quella ripetitiva (che rappresenta l’”azione ripetuta”, ossia la tendenza dei pazienti a organizzare e quindi impegnare i loro analisti in vecchi scenari interattivi patogeni) e quella necessaria (in questo caso la tendenza dei pazienti a organizzare ed impegnare i loro analisti in nuove relazioni riparative e che ricostituiscono evolutivamente le relazioni). In questo modo l’analista dovrebbe esplorare e gestire le sue reazioni controtransferali allo scopo di chiarire e interpretare cosa il paziente sta sperimentando. Per Ringstrom si ha doppio legame quando ciò che viene comunicato su ciascuno dei livelli della relazione di transfert ripetitivo e della relazione transferale necessaria si cancella reciprocamente.

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